Il primo Rapporto sul risparmio e sui risparmiatori in Italia risale al febbraio del 1984 e si basa su dati raccolti durante l’anno 1982. Giorgio Rota fu il primo responsabile del Rapporto, scrivendo anche, assieme a Francesco Cesarini, un capitolo introduttivo definito Spunti per una politica del risparmio.
Le principali indicazioni evidenziate nel capitolo introduttivo furono le seguenti:
Tali indicazioni furono ottenute da un questionario innovativo, che poneva alle famiglie italiane detentrici di un conto corrente o di titoli finanziari domande relative al comportamento in tema di risparmio e investimento. Il questionario mantenne per vari anni un’attenzione notevole al patrimonio, con il tentativo di quantificare le scelte di allocazione dello stesso, oltre che il suo valore complessivo.
Tale tentativo era importante data la scarsità di informazioni presenti sul tema. Gli autori certamente conoscevano il problema della reticenza degli intervistati a rispondere su questioni così tipicamente private, al punto tale da riconoscerlo subito, nella prima edizione del Rapporto. Ma il vantaggio associato al fatto di poter disporre di qualche informazione, seppure imperfetta, certamente superava il rischio di misurazione imperfetta.
Per riconoscere il carattere innovativo della ricerca occorre ricordare la situazione complessiva. Una situazione caratterizzata, come si è detto, dalla carenza di informazioni su tematiche relative al patrimonio e al risparmio in un periodo in cui gli strumenti di elaborazione automatica dei dati erano agli inizi. Qualsiasi ricercatore interessato alle analisi empiriche oggi può scaricare in qualche minuto la serie storica del consumo e del reddito in Italia, e in un tempo equivalente trattare i dati con metodi statistici progrediti. All’inizio degli anni Ottanta per compiere una simile operazione occorreva recarsi alla sede locale dell’Istat, fotocopiare le pagine rilevanti degli annuari, copiare i dati in modo da poterli trattare mediante gli enormi, ma poco potenti, calcolatori dell’epoca, con i quali si interagiva mediante schede perforate. Operazioni che oggi richiedono pochi minuti, una trentina di anni fa richiedevano parecchie ore. Possiamo quindi solo immaginare quali fossero le difficoltà del trattamento di dati provenienti da un migliaio di questionari.
Il Rapporto, nella sua struttura iniziale, rappresentò quindi uno sforzo di ricerca applicata di alto livello, sia per la sua finalità sia per la sua metodologia. L’idea stessa che la politica economica dovesse essere basata su conoscenze quantitative era molto progredita. Cesarini e Rota scrissero che «l’indagine offre una serie di dati analitici e di linee di possibile interpretazione dei dati stessi così ricca e così innovativa […] che risulta arduo scegliere gli aspetti che con sicurezza presentano il maggior interesse dal punto di vista delle indicazioni di politica economica. A noi sembra che le sue risultanze debbano essere prese in attenta considerazione nella fase di istruttoria di provvedimenti atti ad incidere sulle scelte di risparmio».
Da ultimo, è giusto riconoscere la lungimiranza della BNL – il cui Ufficio Studi nel 1984 decise di analizzare i dati esistenti per studiare la ripartizione dello stock di ricchezza in moneta, attività finanziarie, attività reali, per trarre conclusioni in materia di preferenze degli operatori – e anche i meriti della serie di responsabili che negli anni si sono alternati al coordinamento del Rapporto (vedi al fondo l’elenco di tutte le edizioni), vale a dire Giorgio Rota, Enrico Colombatto, Mario Deaglio, Giuseppe Russo e Mario Valletta.